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By Andrea Morstabilini

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The Mirage of America in Contemporary Italian Literature and Film

The Mirage of the USA in modern Italian Literature and picture explores using pictures linked to the us in Italian novels and flicks published among the Nineteen Eighties and the 2000s. during this learn, Barbara Alfano appears on the ways that the participants portrayed in those works – and the intellectuals who created them – confront the cultural build of the yankee fable.

Fantascienza? = Science fiction?

Che genere di storie sono i quindici racconti fantascientifici che Primo Levi pubblicò nel 1966 sotto l'ironico titolo Storie naturali? E come mai li companyò con lo pseudonimo Damiano Malabaila? Quali legami quelle pagine intrattenevano con i suoi libri d'esordio, legati alla distruzione degli ebrei d'Europa?

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Se avesse sentito vago anche un solo accenno di quel profumo di viola, usta di santi, di ossa dilavate, lisciate, addobbate, sarebbe corso su per le scale, attraverso le navate, schivando gli sguardi di riprovazione del fedele genuflesso, della donna nera, della santa smaltata, che strappati alla preghiera dal rumore di suole e pietra avrebbero alzato gli occhi per scuotere la testa nella sua direzione, già fuori dalla porta, sollevato da terra nello slancio di tornare al suo museo: sarebbero state lì, invisibili alla vista ma presenti all’olfatto con quel loro buon odore terragno di morte che non muore?

O sapeva Zanobi dallo spirito greco ruggente, che dava carne tesa, soda, all’idea del Satana dagli occhi infauste comete? E se persino Veraldi avesse saputo? Sotto quei capelli da Rotwang, quali pazzi pensieri di scienza prendevano forma fra una lezione e l’altra? A vederlo muoversi nel laboratorio di chimica, fra becchi di Bunsen, pipe di Pasteur e piastre di Petri, tubi di Thiele, picnometri ed essiccatori, precipitatori, evaporatori, colonne di Vigreux e filtri Büchner, apparecchi di Meyer, non era difficile ripensare a Frankenstein davanti al tavolo di dissezione; a Jekyll con la fatale provetta graduata; a Moreau vestito di esotico tropicale bianco, con gli strumenti operatori illuminati dalla cruda luce delle lampade.

O forse nella stanza in cima alla torretta, sede della campana quando il Camillo Boito era un monastero di Umiliati e ora alloggio degli aggeggi di Veraldi (eccolo di nuovo che torna), di scatole vecchie, sedie rotte, banchi traballanti, e di quei fantasmi medesimi che la leggenda – le molte leggende, invero, perché su nessuna versione si riusciva mai a ottenere un consenso tanto ampio da farla aggiudicare come verace – voleva avvinti al Boito perché impastoiati alle loro ossa, le loro antiche ossa, sulle quali mancava parimenti un accordo: che fossero state donate al liceo Camillo Boito nel 1929 lo diceva la targhetta d’ottone accanto alla loro teca, e donate dal cav.

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